Breve Lista di Cose Presenti nel Romanzo di Silvia Avallone:
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giovedì 23 settembre 2010
giovedì 12 agosto 2010
Critica prescrittiva
Dopo Il mondo senza di me, interessante novella sperimentale alla OuLiPo nella quale lo scrittore veneto immagina un mondo senza preposizioni proprie e pronomi tonici, il Mancassola si cimenta in un più ortodosso whodunnit all'anglosassone. A prima vista gli elementi classici del genere ci sono tutti: c’è Londra, c’è la dhroga, c’è la discoteca, c’è il sesso, c’è la camminata notturna, c’è il morto stecchito, c’è il male di vivere, c’è il giro di vite (con abbondante annaffiata di svitol, tanto per facilitare l’avanzamento della trama), c’è il sasso che rompe la finestra e poi la mano, da cui è partito il sasso, che si nasconde - insomma c’è il c’è e non c’è così come il si fa e ci fa (o almeno sembra farci). Peccato che poi, con tutto questo materiale, l’autore non riesca a tirar fuori una bella costruzione, ma un solo e semplice mattone. Siamo franchi, qua manca proprio l’abc della forma romanzo: storia e intreccio sono deboli se non anemici, i personaggi non sono credibili, e il Mancassola, se anche ha qualcosa da dire, non la dice certo in modo chiaro e significativo. Originale forse, ma quello al massimo lo si deve considerare un di più, e non certo un pregio tout-court.
(spoiler: l’assassino, alla fine, è Antonio Franchini - ma questo viene rivelato solo nella cartella stampa di presentazione del tomo, avendo l’accortezza di tenerla rovesciata di fronte a uno specchio scheggiato)
giovedì 22 luglio 2010
Critica Prescrittiva
MAURO CORONA - Opera Omnia
È arrivato il momento delle scuse. Sì, perché non è possibile, per un ruspante critico internettiano come io mi pregio di essere, tenere una qualsivoglia rubrica di recensioni letterarie senza non dico affrontare, ma anche solo citare la mastodontica, e per dimensioni e per qualità inventive, fanta-opera che il Corona è andato costruendo negli ultimi anni. Di questo Philip Dick italiano post litteram si è oramai detto, scritto, visto e ascoltato tutto: cugino illegittimo di terzo grado di Gene Roddenberry, dal quale mutuerà a quanto pare inconsapevolmente l’iconica barba bianca, dopo una felice infanzia come ciottolo di torrente, si laurea a pieni voti in Chimica del Riflusso Gastroesofageo. Inizia quindi a esercitare la professione docente presso l’istituto superiore Xenu Battisti a Pordenone, e inizia a scrivere e pubblicare i primi romanzi. È però solo dopo un fatale quanto famigerato accadimento avvenuto a Erto (durante la Notte della Grande Pigna, come amerà più volte denominarla in seguito) che il Corona decide di abbandonare la civilità come la conosciamo, di ritirarsi presso una spelonca mistica nel Vajont e, da lì, far recapitare presso le più importanti case editrici i frutti della sua ricerca spirituale.
È arrivato il momento delle scuse. Sì, perché non è possibile, per un ruspante critico internettiano come io mi pregio di essere, tenere una qualsivoglia rubrica di recensioni letterarie senza non dico affrontare, ma anche solo citare la mastodontica, e per dimensioni e per qualità inventive, fanta-opera che il Corona è andato costruendo negli ultimi anni. Di questo Philip Dick italiano post litteram si è oramai detto, scritto, visto e ascoltato tutto: cugino illegittimo di terzo grado di Gene Roddenberry, dal quale mutuerà a quanto pare inconsapevolmente l’iconica barba bianca, dopo una felice infanzia come ciottolo di torrente, si laurea a pieni voti in Chimica del Riflusso Gastroesofageo. Inizia quindi a esercitare la professione docente presso l’istituto superiore Xenu Battisti a Pordenone, e inizia a scrivere e pubblicare i primi romanzi. È però solo dopo un fatale quanto famigerato accadimento avvenuto a Erto (durante la Notte della Grande Pigna, come amerà più volte denominarla in seguito) che il Corona decide di abbandonare la civilità come la conosciamo, di ritirarsi presso una spelonca mistica nel Vajont e, da lì, far recapitare presso le più importanti case editrici i frutti della sua ricerca spirituale.
giovedì 8 luglio 2010
Critica prescrittiva
LA RICERCA DELLA LINGUA PERFETTA NELLA CULTURA EUROPEA di Umberto Eco
Ci sono molti modi per reinventarsi una carriera, e l’Eco, una volta finiti nel dimenticatoio i ruggenti anni a far da programmista RAI e compilatore di quesiti esoterici per le versioni da tavolo dei più famosi quiz televisivi, ha trovato certamente la maniera più furba e godereccia di rifarsi il palato e la carriera insieme. Come un novello Artusi postmoderno – ibridato con Gordon Ramsay e speziato con diverse once di Hunter Thompson – l’Eco s’è infatti lanciato in uno spericolato viaggio/ricognizione sui più disparati deschi d’Europa, il tutto per documentare con grande estro narrativo e scientifica attenzione alle recenti tendenze della cucina molecolare la storia di un'illusione e di un fallimento: la ricerca di una lingua unica e perfetta, capace di affratellare tutti gli europei a un’unica tavola. Un sogno perseguito tenacemente, dal VI secolo dopo Cristo a oggi, dalla Serra da Estrela agli Urali, attraverso cucine e tavole di re e poveracci. Ecco che così l’Eco, grazie a questo escamotage storico-digestivo, si propone a un grande ritorno tv, candidandosi naturalmente a prendere quel posto ne “La prova del cuoco” lasciato vuoto dalle controverse affermazioni di stampo felino del Giuseppe Bigazzi detto Beppe. E se lingua perfetta non sarà, almeno ne verrà fuori un buon bollito misto.
giovedì 24 giugno 2010
Critica prescrittiva
Caro il mio Diamond no, così non ci siamo proprio. Il titolo prometteva bene, e la prospettiva di un bel fantasy classico e corpacciuto, tutto spadone e macellamenti e infezioni mortali, e soprattutto privo di frocerie pseudo-adolescenziali come elfi, maghi e esseri sovrannaturali mezzi ignudi che ti ammaliano con un solo sguardo dei loro occhi cerulei, non poteva essere disattesa in maniera peggiore. Per carità la costruzione di un mondo narrativo c'è tutta, pure troppo: dettagli sulle coltivazioni, le migrazioni degli animali, i cambiamenti climatici... L'ambaradan, come dicevo, è anche troppo ricco, ma in fondo ci può stare - solo se poi ci si mette dentro una storia ben definita con dei personaggi che costruiscano qualcosa di significativo. Cose che qui mancano in maniera vistosa. Magari l'ambizione era quella di creare un Silmarillion dei tempi odierni, meno allegorico e più scientificamente fondato, ma quello lo si può fare solo dopo aver scritto il Signore degli Anelli (mentre il Diamond, prima di questa opera, ha dato alle stampe una raccolta di brevi raccontini ambientati nell'universo narrativo di "Sex and the City", intitolata "Perché il sesso è divertente?").
giovedì 17 giugno 2010
Critica prescrittiva
Usciti sotto forma di dispense assieme al noto quadrimestrale "Fare un orto così" (punto di riferimento per tutti gli appassionati di guerrilla gardening), vengono finalmente raccolti in un'unica edizione di lusso questi racconti vegetali del Mozzi. Temi e ambienti sono i più disparati, e non mancano le trovate ingegnose: dalla storia di un apprendista vignaiolo che non riesce a bruscare nella maniera più adatta i propri tralci, passando per l'allegorico resoconto delle ultime ore di una bellissima felce da salotto, fino all'autoreferenziale "Per la pubblicazione del mio primo bonsai". L'intento di tutte le storie qui raccolte è scopertamente ludico, tanto che alla fine il contesto verde sembra essere più che altro un pretesto, e non un motivo strutturante nel profondo. Peccato, perché la rinnovata sensibilità ecologica dei nostri giorni meriterebbe un cantore finalmente attento a tutte le varie istanze di questo mondo così vicino a noi, dalle stravaganti pratiche dell'innesto semi-automatico inter-specie cross-culturale sub-iudicio neo-plasmatico post-cromosomiale, al corretto utilizzo dei polifosfati nella cura dei baobab venusiani.
giovedì 10 giugno 2010
Critica prescrittiva
Gli anni dell'infanzia, gli anni dei traumi inconsapevoli che segneranno una vita e un intelletto, gli anni dell'appetito e della buona forchetta. In questa bella, seppure imperfetta, opera di autobiografia culinaria, il Canetti compila più di un centinaio di schede riguardanti la cucina mitteleuropea a cavallo fra l'800 e il 900. La particolarità è che la tassonomia seguita ricalca la vita stessa dell'autore, ovvero i piatti sono presentati nell'ordine in cui il Canetti se li è mangiati in vita sua. Una trovata originale, non c'è che dire, ma molto scomoda per la massaia che si trovi a dover recuperare una qualche ricetta in tutta fretta.
giovedì 3 giugno 2010
Critica prescrittiva
Nei boschi sopra Castel Madero qualcuno tende agguati ai cacciatori e li mutila del dito con cui premono il grilletto. Questa è l'entusiasmante premessa con la quale ci viene presentato Marco, ovvero l'Uomo Nuovo, il fondatore di una nuova civiltà troglodita libera dalla tirannia degli inutensili. Marco vive in una caverna sui monti del Maderese, epicentro del futuro mondo primitivo. Non sono in pochi a interferire col suo progetto: cantieri che divorano montagne e sorgenti d'acqua purissima, nouveaux riches russi che sembrano usciti direttamente dalla penna del miglior Nori, bracconieri digitali, piccoli gangster, carabinieri "survivalisti", antiche famiglie agricolo-feudali che cercano di ristabilire la propria tronfia regola fingendosi dalla parte del popolino rozzo ma sano, palestrati nazisti e un gruppo clandestino che - ispirandosi a un oscuro autore di fantascienza - ha dichiarato di "voler perdere ogni guerra, sempre". Per Marco "nessun luogo vale un assedio", si ritiene un nomade e potrebbe anche andare altrove, ma un piccolo evento - la scomparsa in un pozzo artesiano di un sanbernardo di nome "Charles Bronson" - sta già rotolando e presto si gonfierà a palla di neve, travolgendo lui e i suoi "alleati": Gaia, barista rabdomante, e Sidney, nigeriano fuggito da un canile che canile non è. Finisce che il Bologna si prende i complimenti da Veronesi e da Nesi (due che sognavano di collaborare da sempre, per ben comprensibili motivi anagrafici), e il lettore dovrebbe pensare che il postmoderno è ancora vivo e, soprattutto, figo.
venerdì 7 maggio 2010
Critica prescrittiva
Per uno scrittore è sempre molto pericoloso voler ambientare una propria storia nel mondo dell'arte contemporanea; quello che si rischia di solito è di infilare una serie di scene involontariamente esilaranti, oppure di ammorbare il lettore con pagine e pagine di allegorie suppostamente crossmediali con le quali esprimere il proprio disgusto per la spesonalizzazione della società contemporanea (qualcuno ha detto il DeLillo?). Lo Scerbanenco, qui, prova il doppio carpiato, smaltando assieme arte classica, body art estrema, favola morale e poliziottesco anni 70 (concessione, quest'ultima, a una concezione della letteratura gggiovane e contemporanea molto in voga qualche anno che fu, propugnata dal solito manipolo di debosciati che invece di leggersi, chessò, il Proust, si erano sorbiti sornioni il Machiavelli (Loriano) o gli Fruttero e Lucentini (ricavandone tutto lo sbagliato possibile)). Di carne al fuoco, dicevo, ce n'è davvero molta, e lo Scerbanenco si muove tutto sommato con agilità fra riletture di sculture classiche, denuncia del mercato dell'arte, spettacoli burlesque meneghini e un protagonista, il Duca, che chiaramente si rifà al Bowie prima maniera (gran fantasia, eh), tutto truccone e parruccone e performative art. Peccato solo che la somma di queste parti non vada a costituire alla fine un tutto omogeneo, lasciando il romanzo come monco di qualche parte (da attribuire forse a qualche editor troppo interventista? o semplicemente troppo maldestro).
lunedì 26 aprile 2010
Critica prescrittiva
I libri di Nori funzionano (bene) pressapoco così: che il Nori afferma una cosa precisa nel titolo del libro; poi questa cosa, nel corso del libro, lui evita di descriverla o di farvi riferimento alcuno; il libro si esaurisce in una manciata di pagine e noi si è spesi dai 15 ai 20 euro a legger di scrittori russi e Francesca. Seguono successo di critica e pubblico, blog in adorazione, pagine culturali sui giornali di destra come se piovesse (fango, in special modo). Ma questa volta l'operazione fallisce: Nori effettivamente racconta di un viaggio a Bologna durante il quale si compra una Gilera, giusto per far colpo sulla figlioletta in crisi d'affetto paterno. Bella, questa moto, per carità, tutta cromata e con in regalo anche un casco firmato da Giacomo Agostini. Peccato per il libro, però, che da quel punto lì in poi (ovvero dal titolo), va a scatafascio.
mercoledì 21 aprile 2010
Critica prescrittiva
I resoconti sulle proprie vacanze, siano esse estive o natalizie, seguono generalmente uno schema tanto semplice quanto efficace: un protagonista maschile di 30-40 anni (possibilmente espresso nella forma di un io narrante in prima persona, o di un tu narrante per conto terzi, o di un narratore onniscente affetto da ipermetropismo) è schiacciato fra un lavoro disumanizzante come messo comunale e una famiglia ostile e "mostruosa" (moglie procace ma minus habens, suocera formato tir che cucina fritto tutto il dì, tre figli piccoli che non riescono a regolare la propria perdita di liquidi); tormentato dalla situazione e da inquietanti visioni oniriche (di volta in volta: lui che ammazza il sindaco e la suocera; lui che ammazza la moglie nel sonno; lui che ammazza i figli nel fritto; lui che scopa per ore con la nuova postina del quartiere), accoglie con sospirata trepidazione l'arrivo delle ferie, quando tutto sicuramente cambierà. Il protagonista, con una scusa qualsiasi, si distacca dalla propria famiglia, parte, si fa un paio di settimane al mare (o in chalet prefabbricati in Val d'Aosta), riscopre la fantastica e sorniona bellezza del creato, si ubriaca, si scopa la postina (ma viene un po' troppo in fretta, e c'è la scena del timido imbarazzo, con la postina che rincuora la virilità del nostro), si riconcilia muto e segreto con la famiglia e scende a patti con la propria posizione di insignificante pseudo-burocrate. La vita va avanti noiosa e vuota come sempre, ma almeno gli aperitivi sono buoni.
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